Pietre su pietre. Laterizi e cementi che creano barriere. Separazione. Limiti. Ostacoli. Ma anche superfici, tessuti, linee e fantasia. Un corpo contro l’altro, uno sull’altro, uno dentro l’altro: corpi che si oppongono, che si strofinano, che cadono al suolo.

Ho trovato, un giorno, me stesso riflesso nei muri. Senza specchi. Mi sono visto nelle crepe, nei sassi, nei mattoni e pure nelle geometrie.

Biografia scritta sulle pietre

Ho voluto, allora, tracciare un percorso visivo per descrivermi. Un po’ come se fossero i muri a parlare di me, con me, per me. In altre parole, ho scritto una biografia sulle pietre.

Sono io. Nelle pareti mi ci ritrovo alla perfezione. Mi muovo con sicurezza nell’assenza di volume, nel colore, nei tagli, nei segni del tempo. Questa serie è un insieme di autoritratti senza il mio volto, ma la mia presenza è più viva che mai. Ritengo importante proprio questo aspetto: cercarsi, analizzarsi, misurarsi, anche in propria assenza.

L’ispirazione e i miei segni

“Muro” è un progetto che mi ha messo in contatto con un aspetto di me che ignoravo, che ha riportato alla luce un approccio all’osservazione che credevo perduto per sempre. Con questo progetto ho approfondito le superfici e ci ho trovato dentro tanto.

Mi sono sentito certamente ispirato da Fontana, dai suoi tagli, e da Tàpies. I miei segni, ovviamente, non raggiungono le elevatissime punte di poetica dei due artisti citati in precedenza. Sono segni morbidi, meno netti, più pieni, meno sintetici, più giovanili, meno maturi.

Il filo invisibile tra astratto e street photography

Tra l’analisi del mio io attraverso il linguaggio astratto e la mia apparizione nella fotografia di strada, forse, la distanza non è poi così ampia. Certo, ci sono di mezzo regole grammatiche differenti. C’è di mezzo una, cento, mille vite, in altre parole. Ma se ci si ferma a pensare, nell’arte, si può arrivare alla consapevolezza che ogni percorso erediti qualche piccolo spunto dal progetto precedente.

Quando si chiude un capitolo, nel mio caso, è come se quello successivo sia collegato da un filo invisibile. Qui, tra i muri e i miei reportage di strada, il comune denominatore è sicuramente un pezzettino di me: il più sincero, quello che riesce a guardare il mondo sempre come se fosse la prima volta. Che il mio io appaia nel volto di un passante o nella crepa di un muro, forse, non è poi così assurdo.

Io sono un muro

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