Luce e ricordi. Ombre e sentimenti. Clic.
Ancora una volta. Questo è il mio ritmo visivo. Con la fotografia che non è solo una macchina del tempo, ma un cuore che battendo, tu-tu, tu-tu, mostra il vero volto del tempo stesso. È un battito che cerco di sincronizzare con l’essenza di ciò che ho davanti.
Spesso, prima di scattare una fotografia, prima di iniziare un progetto (gli ultimi li trovate qui), compio un esercizio quasi rituale: chiudo gli occhi e libero il cervello. Non cerco il buio, ma la tabula rasa. È un momento di vuoto e libertà. Abisso e fuga.
Il Ritorno alla Visione Primordiale
Per vedere, nel miglior modo possibile, devo effettuare questo “esercizio” di azzeramento. Mi serve per riattivare quella visione primordiale, semplice, pulita, chiara, efficace. Quella che si connette direttamente alle porzioni più “antiche” del nostro cervello, dove risiedono l’istinto, l’emozione pura, la verità non filtrata.
A quel punto, mi appare evidente il succo dell’immagine, le forme e i contrasti. La luce mi guida. Sempre. E rimuovo il superfluo.
È una missione di distillazione.
La Firma dell’Assenza e la Ricerca dell’Anima
Il maestro Giovanni Gastel, in confidenza, mi raccontò che per lui la massima aspirazione sarebbe stata quella di riuscire, un giorno, a scattare una foto completamente nera, in totale assenza di significanti e significati, e che tutti capissero che era una sua opera, come se quel vuoto totale fosse attribuibile alla sua firma. Alla sua unica e inimitabile visione. Che grande.
La sua ricerca era sull’identità dell’autore attraverso l’assenza. La mia, invece, si concentra sull’identità del soggetto attraverso la presenza.
Io credo di voler essere ricordato, un giorno, come colui che ha raccontato l’anima profonda delle persone, delle cose, degli ambienti. Ambisco a essere un ladro d’anime. Oppure, se si vuole usare un termine più nobile, un pittore d’anime. Chissà.
Il Dialogo Silenzioso
Questa ricerca dell’anima non è confinata al grande reportage o al ritratto intimo. È ovunque.
In un certo senso, quando sono in casa, per esempio, e vedo una bottiglia graziata da una luce interessante, la percepisco la sua essenza. La sua vibrazione, il suo dialogo col mondo, con me. E’ come se mi volesse dire qualcosa, come se mi chiedesse di salvarla.
Questa è la fotografia per me: un salvataggio, una rivelazione reciproca. È l’unica via per un’immagine che non sia solo forma, ma vita strappata all’oblio.