Il tempo. Che passa, inesorabilmente, come un soldato dal passo severo. Tic, tac. Punta e tallone. Un piede dopo l’altro. Non si ferma. E dove va? Dove è diretto? Quale è il suo vero volto? Chi ha mai ritratto il tempo?
Forse il tempo è davvero il regista occulto, la mano invisibile, il motore immobile di tutto il mio processo creativo. Credo ci sia stato un momento, in passato, in cui debbo aver siglato un patto con il tempo. Lui, con me si fa sentire in modo bruciante, mi tiene le mani sulle spalle facendomi sentire il peso della vita mia e degli altri. Ma d’altro canto mi ha permesso di lasciarsi osservare. È stato uno scambio. Un dono. Il punto di partenza di un processo che mi ha portato, e ancora mi porta, a esplorare la vita con gli occhi appiccicati dietro una lente.
Il rito: i dischi volanti
Tempo, dunque, che passa. E compleanni. Come quello di papà, il 23 dicembre. Questa volta mamma ha voluto marchiare la ricorrenza con un rito culinario: la preparazione dei mitici “dischi volanti”, una storica ricetta di famiglia che ormai si tramanda da generazioni.

Tutti si sono dati da fare: l’appuntamento è stato fissato alle 17 e dopo aver indossato grembiuli da cucina, ci si è messi al lavoro. Famiglia. Intorno alla calda luce della cucina. Intorno al tavolo di legno che funge da super tagliere. Il lavoro è durato un paio d’ore e ci si è potuti mettere a tavola solo alle 20 abbondanti. Un bicchiere di birra, due, qualche assaggio dei “dischi volanti” — in doppia versione, salata con prosciutto e formaggio e dolce con la ricotta — poi una bella torta. E i regali.
La fotografia come linguaggio
Famiglia. Tradizioni. Ritualità. E fotografia. Fotografia come punto di osservazione, come strumento per raccontare, non come esibizione narcisistica. Ma come linguaggio. Un linguaggio che deve portare un messaggio, come l’importanza di accogliere il tempo che passa, che ci fa cambiare, che ci sposta le prospettive, le ambizioni, le possibilità.

Il tempo che può essere un nemico insidioso, ma anche un potente alleato. Il tempo che non è uguale per nessuno e che forse, ma dico forse, può essere più “dolce” se ci si vuole bene. E allora, cari miei, vogliatevi bene…
Il desiderio e l’eredità
Lacan diceva che il desiderio dell’uomo è il desiderio dell’Altro. In quella cucina, tra la farina e il vapore, non stavamo solo cucinando. Stavamo trasmettendo un desiderio. Recalcati ci insegna che un’eredità non è un possesso, ma un movimento: i “dischi volanti” sono il segno di ciò che resta. Non è solo cibo. È la Legge del padre che si fa carne, che si fa sapore. È l’atto di consegnare alle generazioni future non un oggetto, ma un senso. Il senso di esserci, ancora una volta, intorno a quel tavolo che resiste alle crepe degli anni.

La traccia e la ferita
Guardo la scena e penso a Barthes. La fotografia non dice “ciò che non è più”, ma “ciò che è stato”. Ogni scatto di questa serata è un punctum, una piccola ferita che mi punge il cuore. È la prova che il 23 dicembre è esistito, che la luce su quel tagliere era esattamente così. Barthes cercava la madre in una foto d’infanzia; io cerco l’eternità nel vapore di una cucina di periferia. La foto non mente: testimonia che il tempo è passato, sì, ma che per un istante si è arreso davanti al nostro stare insieme.

L’etica dello sguardo
C’è un pericolo, diceva Susan Sontag: fotografare tutto per possedere tutto, per trasformare l’esperienza in un trofeo. Ma qui no. Qui la macchina fotografica non è un’arma, è un atto di rispetto. Non è voyeurismo, è partecipazione. Sontag ci ammoniva a non guardare il dolore o la vita altrui con distacco. Mettere l’occhio dietro la lente, mentre papà sorride tra i regali, significa scegliere cosa merita di essere salvato dall’oblio. Significa dire: “Questo è importante”. La fotografia diventa così un’etica del quotidiano.

Il tempo dolce infine, il tempo. Non è solo cronologia, è Kairos. È il momento opportuno. Se il tempo è un soldato, l’amore è ciò che lo fa disertare. Lo fa sedere a tavola con noi, gli offre una birra e un disco volante. In quel momento, il passo severo si fa danza. E la lente della macchina fotografica non serve più a fermare il tempo, ma a benedirlo. Perché, in fondo, l’unica vera resistenza che possiamo opporre alla fine è questa: trasformare il “tic-tac” in un battito condiviso.






