Certe volte mi confondo. Altre volte mi fondo con il mondo. E affondo. C’è il momento in cui vago perso come una nuvola impazzita, e c’è il tempo in cui mi riconosco nella pioggia, nella notte, nel paradiso e nell’inferno, negli opposti che si sfidano allo specchio. Una volta ho visto un tramonto. Solo uno. E ho pensato che non ce ne sarebbero più stati altri. Con quegli stessi colori e con quei neri alberi davanti, come fossero magre e ostinate ciglia di occhi immensi.

Il mare che mi abita
Un respiro dopo l’altro ho imparato a sorridere, anche quando un sogno mi strozzava, dolcemente. Ed è arrivata la luce. E ho imparato a vedere con le orecchie, a sentire con gli occhi, il profumo della bellezza. Cercavo il mare. Certo. Dietro a cupi e grigi palazzi. Quel mare che mi ha bagnato prima ancora che potessi camminare. Ma quel mare è dentro di me. E mentre un giorno muore, un anno pure, io ne dipingo un altro con nuovi colori.

Radici nell’invisibile
Cosa centra questo discorso con la fotografia? Direi che questa, per me è l’essenza della fotografia. La natura dei miei pensieri, delle mie emozioni, risiede nella visione. Una visione che non necessariamente deriva dalla realtà che vivo ogni giorno. Ma che spesso affonda le radici in qualcosa di più profondo. Di invisibile. A volte anche di inesistente. Per questo incito spesso le persone a scrivere, piuttosto che fotografare. O meglio, scrivere e fotografare.

Percorrere questi due sentieri insieme, senza alcuna pretesa, dà al viaggio dell’espressione un colore ancora più interessante a mio avviso. Mescolare le arti, anche la musica, il disegno, o qualsiasi altra espressione di creatività, riesce a fornire nuovi stimoli alla mente, nuove connessioni. E di certo risveglia un occhio più profondo, anche nell’osservazione del quotidiano.

Il permesso di essere fragili
Credo che, alla fine, si tratti solo di darsi il permesso di essere fragili. Non serve cercare la posa perfetta o la tecnica miracolosa; serve, forse, solo la voglia di perdersi un po’ tra le righe di un diario e il mirino della macchina fotografica. Io ci provo così: inciampo nelle parole, mi sporco con i suoni e lascio che la realtà si mescoli ai miei sogni, senza troppe pretese. Vi invito a fare lo stesso, non perché sia la strada giusta, ma perché è quella che mi ha insegnato a non aver paura del buio.

Provate a mescolare tutto, a scrivere ciò che non riuscite a inquadrare e a fotografare ciò che le parole non sanno dire. È un viaggio silenzioso, a volte faticoso, ma è l’unico modo che conosco per ritrovare quel mare che ci portiamo dentro e accorgerci che, anche stasera, il tramonto ha scelto proprio noi per brillare un’ultima volta.

