Il grande e compianto Giovanni Gastel mi confidò, nel silenzio del suo studio, la vera essenza del ritratto: lo scatto è solo l’epilogo di un incontro. Prima di alzare la macchina, lui cercava l’ossigeno della connessione. Un bicchiere di vino, una nota musicale, un dialogo sincero: rituali per abbattere la parete della diffidenza, dell’imbarazzo, per accedere agli aspetti più intimi e non negoziabili della persona.
Questo è il lavoro da compiere per realizzare un buon ritratto. È un metodo che non conosce confini tra lo studio e la strada; in ogni scenario, si deve cercare l’anima e nessun dettaglio può essere trascurato.
L’alchimia dell’anima e l’etica dello strumento
La luce è la nostra arma principale, la padrona incontrastata della scena. Ma anche la scelta della lente è cruciale, un prolungamento della nostra intenzione narrativa. A monte di tutto, però, ci siamo noi e la persona ritratta.

Senza partecipazione emotiva, senza quell’atto di “amare” ciò che si vuole raccontare, nulla ha davvero senso. Ecco perché mi trovo a ribadire qualcosa che può sembrare scontato, ma che in quest’epoca dominata dalla velocità tecnologica è rivoluzionario: servono passione e cuore.
Serve un cuore che batte e che sappia dettare al dito il ritmo esatto per scattare. Non troppo, non troppo poco.
La giusta parte: dettare il ritmo alla storia
La giusta misura risiede nell’amore per ciò che ci circonda, nel fervore per i nostri ideali. Dobbiamo avere sempre qualcosa da raccontare, un’idea da portare avanti, un vessillo da alzare. Dobbiamo, in poche parole, saper stare dalla parte “giusta”, prendendo posizione, accettando il rischio del dissenso.
Solo allora la fotografia smette di essere un esercizio estetico e si trasforma in un atto civico. Solo allora il nostro scatto potrà davvero contribuire alla costruzione di una vera coscienza storica del presente.

Il ritratto, quindi, è un sacrificio necessario: il sacrificio del nostro ego per l’anima dell’altro. Ed è solo con quel cuore battente, che pulsa al ritmo del mondo, che si conquista la dignità di premere l’otturatore.