La rivoluzione del fermo immagine: contro l’effimero, per l’anima delle cose

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Alessandro Di Mise

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La nostra epoca ci vuole liquidi, scorrevoli, eternamente distratti. Ci esige ubriachi di stimoli, capaci solo di scrollare, incapaci di sostare. Il flusso è la nuova religione, e la velocità il suo Vangelo. Tutto, dal pensiero alla notizia, è confezionato per essere divorato in un istante, e subito dopo dimenticato, lasciato scivolare giù come un sorso d’acqua effimera.

Ma io mi fermo. E con me, voglio che si fermi l’occhio che legge.

C’è un paradosso nel cuore della modernità, un cortocircuito che confonde la profondità di un Oceano con la banalità di uno stagno, e che rende indistinguibile l’esplosione di un’alba dalla malinconia di un tramonto. È il mondo che plasma l’effimero, che premia l’urlo più sguaiato e oscura il sussurro più saggio. Questo è il mondo che odio, non il futuro, ma questa sua declinazione anestetizzata.

Il contagio del video e l’evasione del romanzo

Guardiamo al video, al suo contagio. Rapisce, coinvolge, ti trascina dentro la scena facendoti protagonista assoluto: sei lì, partecipi, vivi quell’esperienza. Il tuo cervello è in viaggio, spesso e volentieri sulla rotta tracciata, millimetro per millimetro, dall’autore. Un po’ come nel romanzo, in quella magnifica illusione in cui un giorno siamo il fu Mattia Pascal e il giorno dopo l’Ulisse di Joyce. Sei inebriato. Sei lontano.

Il video è la narrazione perfetta, il viaggio a senso unico, la catarsi completa. Ti allontana dal qui e ora, ti imbarca in una dimensione dove la tua coscienza è in ostaggio della trama. E l’attimo dopo sei già altrove. Il minuto prima, l’emozione precedente… tutto dimenticato.

La magia di quell’errore irriducibile

E poi c’è lei, la fotografia. Non la riproduzione fedele, asettica, senza dimensione. Parlo della foto-grafia.

Quando l’immagine si fa linguaggio, quando diventa un ponte tra il mondo tangibile e quello febbrile della mente, accade qualcosa di rivoluzionario. Essa non ti rapisce, ma ti lascia in pace. Ti costringe a un atto di presenza. E soprattutto, non è mai totalmente controllabile.

Questa è la sua forza magica, la sua porzione quasi invisibile, irriducibile di Reale. È quell’errore, quel sorriso di Gioconda, quel teschio anamorfico incastonato in un angolo di tela, che sfugge persino alla volontà dell’artista. È la parte che non può essere compressa o prevista, che risiede nell’anima delle cose.

Quell’errore magico strappa l’occhio dal sentiero previsto e lo lancia in una deriva imprevista. Ti fa fermare. Stop.

La rivoluzione del sostare

Il gesto di creare una foto-grafia, o di soffermarsi a contemplarla, non è un passatempo. È un atto di resistenza, una dichiarazione di guerra al flusso del consumo. È l’attivazione cerebrale di una visione primordiale contro la stimolazione psicotropa della distrazione.

Fermare il flusso del consumo.

  • Ragionamento.
  • Riflessione.
  • Rivoluzione.

Perché di cose da cambiare in questo mondo ce ne sono tante e troppe. E per cambiarle, serve una mente chiara, non confusa. Non un cervello immerso in un frullatore di brevi video.

Consideratemi pure un matto, signori della Corte. Sono colpevole: sono colpevole di ritenere la fotografia uno strumento di rivoluzione. Non perché sia solo “immagine”, ma perché è un processo, una struttura linguistica capace di generare un pensiero autonomo.

Immagine e Pensiero. E il linguaggio, in mezzo a tutto questo, come una colla, come un ponte… che ci riporta a noi stessi, in un mondo che ci vuole altrove.

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